A voi guerrieri che aggredite, subite o sfiorate la vita e vi sentite affaticati...Ristorate il vostro animo e recuperate le forze, la battaglia riprenderà ...
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Ben *loading* guerrieri si sono ristorati qui.
GUIDO Senza liti, insomma, vi siete separati.
LEONE E che liti volevi che avvenissero con me? Ho dato sempre ragione a tutti.
GUIDO Già. È difatti una tua invidiabile prerogativa, questa. Forse però… lasciamelo dire, eccedi un po'…
LEONE Ti pare che ecceda?
GUIDO Sì, perché, vedi? tante volte tu… Lo guarda e s'impunta.
LEONE Io?
GUIDO Tu sconcerti.
LEONE Oh bella! Io sconcerto? Chi sconcerto?
GUIDO Sconcerti, perché… far tutto, sempre, a modo degli altri… come vogliono gli altri… Scommetto che se tua moglie ti diceva: “Litighiamo!”
LEONE Io le rispondevo: “Litighiamo!”
GUIDO Tua moglie ti disse: “Separiamoci!”
LEONE E io le risposi: “Separiamoci!”
GUIDO Vedi? Se tua moglie ti avesse allora gridato. “Ma così non possiamo litigare!”
LEONE Io le avrei risposto: “E allora, cara, non litighiamo!”
GUIDO E non comprendi che tutto questo, per forza, sconcerta? Perché, fare come se tu non ci fossi… capirai, per quanto uno faccia, poi, a un certo punto, si… si resta come trattenuti… impacciati… perché… perché è inutile… tu poi ci sei!
LEONE Già. Pausa. Ci sono. Pausa. Con altro tono: Non dovrei esserci?
GUIDO No, Dio mio, non dico questo!
LEONE Ma sì, caro! Non dovrei esserci. T'assicuro però che mi sforzo, quanto più posso, d'esserci il meno possibile, e non solo per gli altri, ma anche per me stesso. La colpa è del fatto, caro mio! Sono nato. E quando un fatto è fatto, resta là, come una prigione per te. Io ci sono. Ne dovrebbero tener conto gli altri, almeno per quel poco, di cui non posso fare a meno, dico d'esserci. L’ho sposata; o, per esser più giusti, mi son lasciato sposare. Fatto, anche questo: prigione! Che vuoi farci? Quasi subito dopo, lei si mise a sbuffare, a smaniare, a contorcersi rabbiosamente per evadere… e io… t'assicuro, Guido, che ne ho molto sofferto… S'è trovata poi questa soluzione Le ho lasciato qua tutto, portandomi via soltanto i miei libri e le mie stoviglie di cucina (cose, come sai, per me inseparabili). Ma capisco che è inutile: nominalmente, la parte assegnatami da un fatto che non si può distruggere, resta: sono il marito. Anche di questo, forse, si dovrebbe tenere un po' di conto. Mah! Sai come sono i ciechi, mio caro?
GUIDO I ciechi?
LEONE Non sono mai accanto alle cose. Di' a un cieco, che vada cercando a tasto una cosa: L'hai costì accanto! le si volta subito contro. E così è quella benedetta donna! Mai accanto; sempre contro! Pausa; guarda verso la vetrata; poi: Pare che non voglia venire… Cava l'orologio dal taschino; vede che la mezz'ora non è ancora passata: lo ripone. Non sai, se avesse in mente di dirmi qualche cosa?
GUIDO No… niente, mi pare…
LEONE E allora, il gusto di… Compie la frase in un gesto che significa: “noi due”.
GUIDO (non comprendendo) Come dici?
LEONE Sì, il gusto di tener noi due così, uno di fronte all'altro…
GUIDO Forse suppone che io —
LEONE — te ne sii già andato? Fa segno di no col dito. Entrerebbe.
GUIDO (facendo atto d'andarsene) Ah, ma allora…
LEONE (subito trattenendolo) No, ti prego. Vado via io a momenti. Se sai che non aveva nulla da dirmi… Pausa. Alzandosi. Ah, triste cosa, caro mio, quando uno ha capito il giuoco!
GUIDO Che giuoco?
LEONE Mah… anche questo qua. Tutto il giuoco! Quello della vita.
GUIDO Tu l'hai capito?
LEONE Da un pezzo. E anche il rimedio per salvarsi.
GUIDO Se tu me l'insegnassi!
LEONE Eh, caro. Non è rimedio per te. Per salvarsi, bisogna sapersi difendere. Ma è una certa difesa… dirò, disperata, che tu forse non puoi neanche intendere.
GUIDO Come sarebbe, disperata? Accanita?
LEONE No, no, disperata, caro, nel senso d'una vera e propria disperazione, ma pur tuttavia senza neanche un'ombra d'amarezza per questo.
GUIDO E che difesa, allora, scusa?
LEONE La più ferma, la più immobile, appunto perché nessuna speranza più t'induce a piegarti verso una, sia pur minima, concessione ne agli altri né a te stesso.
GUIDO Non capisco. E la chiami difesa? Difesa di che cosa, se dev'esser così?
LEONE (lo guarda un tratto severo e fosco; poi, dominandosi e quasi riassorbendosi in una impenetrabile serenità) Di niente, in te, se in te riesci, come sono riuscito io, a non aver più nulla. Che vuoi difendere? Difenderti, io dico! Dagli altri, e soprattutto da te stesso; dal male che la vita fa a tutti, inevitabilmente; quello che io mi son fatto per lei indica di nuovo la vetrata, dietro alla quale suppone che Silia sia nascosta. tant'anni! quello che io faccio a lei, anche così del tutto isolato come mi tengo. quello che tu fai a me…
GUIDO Io?
LEONE Ma sì, inevitabilmente. Spiandolo negli occhi. Credi di non farmi nessun male tu?
GUIDO (smorendo) Mah… ch'io sappia…
LEONE (per rinfrancarlo) Oh, anche senza saperlo, mio caro! Tu mangi carne, a tavola. Chi te la dà? Un pollo, o un vitello. Non ci pensi nemmeno. Ce lo facciamo tutti, il male, a vicenda; e ciascuno a se stesso, poi… Per forza! È la vita. Bisogna vuotarsene.
GUIDO Bravo! E che ti resta allora?
LEONE Contentarsi, non più di vivere per sé, ma di guardar vivere gli altri, e anche noi stessi, da fuori, per quel poco che pur si è costretti a vivere.
GUIDO Ah, troppo poco, scusa!
LEONE Sì, ma ti compensa un godimento meraviglioso: il giuoco appunto dell'intelletto che ti chiarifica tutto il torbido dei sentimenti, che ti fissa in linee placide e precise tutto ciò che ti si muove dentro tumultuosamente. Capirai però, che sarebbe molto pericoloso il godimento di questo lucido e tranquillo vuoto che ti fai dentro, perché, tra l'altro, rischierebbe di farti andare come un pallone su tra le nuvole, se tu non ti mettessi anche dentro, con arte e con perfetta misura, una necessaria zavorra.
GUIDO Ah, ecco! Mangiando bene?
LEONE Per ristabilire l'equilibrio; perché tu possa sempre, insomma, restare in piedi come quei buffi giocattoli, che tu puoi buttar come vuoi: ti restan sempre ritti per il loro contrappeso di piombo. Non siamo altro, credi. Ma bisogna saperselo fare, questo vuoto e questo pieno: se no, si resta per terra e nei più goffi atteggiamenti. Insomma, via, la salute è qui: trovare un pernio, caro, il pernio d'un concetto per fissarsi.
GUIDO Ah, no, no! Grazie tante! Non è per me! Non è per me davvero! E non è neppur facile!
LEONE Già. Perché non si trovano belli e fatti in commercio, questi pernii: te li devi fabbricare da te, e non uno solo: tanti! uno per ogni caso, e ben solido, perché il caso, che t'arriva spesso imprevisto e violento, non te lo schianti.
GUIDO Eh! ma quando t'avvengono certi casi, caro mio!
LEONE Ma perciò appunto la cucina! Che il caso ti trovi cuoco, è una gran cosa! Del resto, non è mai il caso… dico non devi mai guardarti dal caso, veramente. Scusa: che vuol dire il caso? Gli altri, o le necessità della natura.
GUIDO Appunto, che possono essere terribili!
LEONE Ma più o meno, a seconda di chi le subisce. E perciò ti dicevo! Tu devi guardarti di te stesso, del sentimento che questo caso suscita subito in te e con cui t'assalta! Immediatamente, ghermirlo e vuotarlo, trarne il concetto, e allora puoi anche giocarci. Guarda, è come se t'arrivasse all'improvviso, non sai da dove, un uovo fresco…
GUIDO Un uovo fresco?
LEONE Un uovo fresco.
GUIDO E se t'arriva invece una palla di piombo?
LEONE Allora ti vuota lei, e non se ne parla più.
GUIDO Ma perché un uovo fresco, scusa?
LEONE Per darti una nuova immagine dei casi e dei concetti. Se non sei pronto a ghermirlo, te ne lascerai cogliere o lo lascerai cadere. Nell'un caso e nell'altro, ti si squacquererà davanti o addosso. Se sei pronto, lo prendi, lo fori, e te lo bevi. Che ti resta in mano?
GUIDO Il guscio vuoto.
LEONE E' questo è il concetto! Lo infilzi nel pernio del tuo spillo e ti diverti a farlo girare, o, lieve lieve ormai, te lo giuochi come una palla di celluloide, da una mano all'altra: là, là e là… poi: paf! lo schiacci tra le mani e lo butti via.
(Luigi Pirandello, Il giuoco delle parti, Atto I, Scena III)
Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.
02/11/1975 - 02/11/2009
Giorgio Gaber
IO SE FOSSI DIO
Io, se fossi Dio,
e io potrei anche esserlo
sennò non vedo chi,
Io se fossi Dio
non mi farei fregare dai modi furbetti della gente
non sarei mica un dilettante
sarei sempre presente,
Sarei davvero in ogni luogo a spiare
o meglio ancora a criticare
appunto cosa fa la gente.
Per esempio il piccolo borghese
com’è noioso
non commette mai peccati grossi
non è mai intensamente peccaminoso.
Del resto, poverino, è troppo misero e meschino
e pur sapendo che Dio è più esatto di una Sveda
lui pensa che l’errore piccolino
non lo conti o non lo veda.
Per questo
io se fossi Dio
preferirei il secolo passato
se fossi Dio
rimpiangerei il furore antico
dove si odiava e poi si amava
e si ammazzava il nemico.
Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
non sarei così coglione
a credere solo ai palpiti del cuore
o solo agli alambicchi della ragione.
Io se fossi Dio
sarei sicuramente molto intero e molto distaccato
come dovreste essere voi.
Io se fossi Dio
non sarei mica stato a risparmiare
avrei fatto un uomo migliore.
Sì, vabbe’, lo ammetto
non mi è venuto tanto bene
ed è per questo, per predicare il giusto
che io ogni tanto mando giù qualcuno
ma poi alla gente piace interpretare
e fa ancora più casino.
Io se fossi Dio
non avrei fatto gli errori di mio figlio
e sull’amore e sulla carità
mi sarei spiegato un po’ meglio.
Infatti non è mica normale che un comune mortale
per le cazzate tipo compassione e fame in India
c’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna
che viene da dire
“Ma dopo come fa a essere così carogna?”
Io se fossi Dio
non sarei ridotto come voi
e se lo fossi io certo morirei per qualcosa di importante.
Purtroppo l’occasione di morire simpaticamente
non capita sempre
e anche l’avventuriero più spinto
muore dove gli può capitare e neanche tanto convinto.
Io se fossi Dio
farei quello che voglio
non sarei certo permissivo
bastonerei mio figlio
sarei severo e giusto
stramaledirei gli inglesi come mi fu chiesto
e se potessi
anche gli africanisti e l’Asia
e poi gli americani e i russi
bastonerei la militanza come la misticanza
e prenderei a schiaffi
i volteriani, i ladri
gli stupidi e i bigotti
perché Dio è violento!
E gli schiaffi di Dio
appiccicano al muro tutti.
Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Finora abbiamo scherzato.
Ma va a finire che uno
prima o poi ci piglia gusto
e con la scusa di Dio tira fuori
tutto quello che gli sembra giusto.
E a te ragazza
che mi dici che non è vero
che il piccolo borghese è solo un po’ coglione
che quell’uomo è proprio un delinquente
un mascalzone, un porco in tutti i sensi, una canaglia
e che ha tentato pure di violentare sua figlia.
Io come Dio inventato
come Dio fittizio
prendo coraggio e sparo il mio giudizio e dico:
speriamo che a tuo padre gli sparino nel culo, cara figlia.
Così per i giornali diventa
un bravo padre di famiglia.
Io se fossi Dio
maledirei davvero i giornalisti
e specialmente tutti
che certamente non sono brave persone
e dove cogli, cogli sempre bene.
Compagni giornalisti avete troppa sete
e non sapete approfittare delle libertà che avete
avete ancora la libertà di pensare
ma quello non lo fate
e in cambio pretendete la libertà di scrivere
e di fotografare.
Immagini geniali e interessanti
di presidenti solidali e di mamme piangenti.
E in questa Italia piena di sgomento
come siete coraggiosi, voi che vi buttate
senza tremare un momento.
Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti
e si direbbe proprio compiaciuti.
Voi vi buttate sul disastro umano
col gusto della lacrima in primo piano.
Sì, vabbe’, lo ammetto
la scomparsa dei fogli e della stampa
sarebbe forse una follia
ma io se fossi Dio
di fronte a tanta deficienza
non avrei certo la superstizione della democrazia.
Ma io non sono ancora
del regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente
nel regno dei cieli non vorrei ministri
né gente di partito tra le palle
perché la politica è schifosa e fa male alla pelle.
E tutti quelli che fanno questo gioco
che poi è un gioco di forza ributtante e contagioso
come la lebbra e il tifo
e tutti quelli che fanno questo gioco
c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo
che sian untuosi democristiani
o grigi compagni del Pci.
Son nati proprio brutti
o perlomeno tutti finiscono così.
Io se fossi Dio
dall’alto del mio trono
vedrei che la politica è un mestiere come un altro
e vorrei dire, mi pare Platone
che il politico è sempre meno filosofo
e sempre più coglione.
È un uomo a tutto tondo
che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo
che scivola sulle parole
anche quando non sembra o non lo vuole.
Compagno radicale
la parola compagno non so chi te l’ha data
ma in fondo ti sta bene
tanto ormai è squalificata
compagno radicale
cavalcatore di ogni tigre, uomo furbino
ti muovi proprio bene in questo gran casino
e mentre da una parte si spara un po’ a casaccio
dall’altra si riempiono le galere
di gente che non c’entra un cazzo.
Compagno radicale
tu occupati pure di diritti civili
e di idiozia che fa democrazia
e preparaci pure un altro referendum
questa volta per sapere
dov’è che i cani devono pisciare.
Compagni socialisti
ma sì, anche voi insinuanti, astuti e tondi
compagni socialisti
con le vostre spensierate alleanze
di destra, di sinistra, di centro
coi vostri uomini aggiornati
nuovi di fuori e vecchi di dentro
compagni socialisti, fatevi avanti
che questo è l’anno del garofano rosso e dei soli nascenti
fatevi avanti col mito del progresso
e con la vostra schifosa ambiguità
ringraziate la dilagante imbecillità.
Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
non avrei proprio più pazienza
inventerei di nuovo una morale
e farei suonare le trombe per il Giudizio universale.
Voi mi direte: perché è così parziale
il mio personalissimo Giudizio universale?
Perché non suonano le mie trombe
per gli attentati, i rapimenti
i giovani drogati e per le bombe.
Perché non è comparsa ancora l’altra faccia della medaglia.
Io come Dio, non è che non ne ho voglia
io come Dio, non dico certo che siano ingiudicabili
o addirittura, come dice chi ha paura, gli innominabili
ma come uomo come sono e fui
ho parlato di noi, comuni mortali
quegli altri non li capisco
mi spavento, non mi sembrano uguali.
Di loro posso dire solamente
che dalle masse sono riusciti ad ottenere
lo stupido pietismo per il carabiniere
di loro posso dire solamente
che mi hanno tolto il gusto di essere incazzato personalmente.
Io come uomo posso dire solo ciò che sento
cioè solo l’immagine del grande smarrimento.
Però se fossi Dio
sarei anche invulnerabile e perfetto
allora non avrei paura affatto
così potrei gridare, e griderei senza ritegno
che è una porcheria
che i brigatisti militanti siano arrivati dritti alla pazzia.
Ecco la differenza che c’è tra noi e gli innominabili:
di noi posso parlare perché so chi siamo
e forse facciamo più schifo che spavento
di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento.
Ma io se fossi Dio
non mi farei fregare da questo sgomento
e nei confronti dei politicanti sarei severo come all’inizio
perché a Dio i martiri
non gli hanno fatto mai cambiar giudizio.
E se al mio Dio che ancora si accalora
gli fa rabbia chi spara
gli fa anche rabbia il fatto che un politico qualunque
se gli ha sparato un brigatista
diventa l’unico statista.
Io se fossi Dio
quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio
c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire
che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia cristiana
è il responsabile maggiore
di trent’anni di cancrena italiana.
Io se fossi Dio
un Dio incosciente, enormemente saggio
c’avrei anche il coraggio di andare dritto in galera
ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora
quella faccia che era.
Ma in fondo tutto questo è stupido
perché logicamente
io se fossi Dio
la Terra la vedrei piuttosto da lontano
e forse non ce la farei ad accalorarmi
in questo scontro quotidiano.
Io se fossi Dio
non mi interesserei di odio e di vendetta
e neanche di perdono
perché la lontananza è l’unica vendetta
è l’unico perdono.
E allora
va a finire che se fossi Dio
io mi ritirerei in campagna
come ho fatto io.
(1980)
Forse un mattino andando in un'aria di vetro
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
(Eugenio Montale, Ossi di seppia)
Sì, ma la macchina a vapore può farlo?
Stavo sfogliando una rivista mentre aspettavo che Joseph K., il mio bracchetto, emergesse dalla sua solita ora di cinquanta minuti del martedì con un terapista di Park Avenue – un veterinario junghiano che, per cinquanta dollari a seduta, si dava un gran daffare per convincerlo che le guance flosce non costituiscono un’inferiorità sociale – quando m’imbattei in una frase in fondo alla pagina che attrasse la mia attenzione come un avviso di mora. Era solo una notizia in una di quelle rubriche balorde intitolate “Oggi accadde che” oppure “Incredibile ma vero”, eppure la sua grandiosità mi impressionò come le prime note della Nona di Beethoven. “Il sandwich”, diceva, “fu inventato dal Conte di Sandwich.” Folgorato dalla notizia, la lessi di nuovo e fui scosso da un tremito involontario. La mia mente turbinò mentre cominciava a evocare i sogni, le speranze e gli ostacolo giganteschi che dovevano aver accompagnato l’invenzione del primo sandwich. I miei occhi si inumidirono allorché guardai dalla finestra le scintillanti torri della città e provai un senso di eternità, meravigliandomi del posto che l’uomo ha nell’universo. L’uomo inventore! I taccuini di Leonardo da Vinci mi balenarono davanti – raffigurazioni coraggiose delle aspirazioni più elevate del genere umano. Mi vennero in mente Aristotele, Dante, Shakespeare. Il primo libro. Newton. Il Messia di Hëndel. Monet. L’Impressionismo. Edison. Il Cubismo. Stravinskij. E=mc2...
Concentrandomi sull’immagine mentale del primo sandwich collocato in una teca del British Museum, trascorsi i tre mesi seguenti a scrivere una breve biografia del suo grande inventore, Sua Importanza il Conte. Malgrado le mie nozioni di storia siano un po’ incerte e la mia capacità di fantasticare surclassi facilmente quella del consumatore medio di LSD, spero di aver colto almeno l’essenza di questo genio non apprezzato e che questi appunti sparsi possano ispirare un vero storico a proseguire il lavoro.
1718: Nascita del Conte di Sandwich da genitori abbienti. Il padre si compiace della nomina a capo marescalco di Sua Maestà il Re – una carica di cui godrà per diversi anni, fino a quando non scopre di essere un fabbro ferraio e si dimette stizzito. La madre è una semplice Hausfrau di estrazione tedesca, il cui menù monotono consiste essenzialmente in lardo e brodaglia, benché manifesti una certa propensione all’inventiva culinaria con la sua abilità di mettere insieme un budino passabile.
1725-35: Frequenta la scuola, dove gli insegnano equitazione e latino. A scuola entra in contatto per la prima volta con gli affettati, e mostra un insolito interesse per le fette di roast beef e di prosciutto tagliate sottili. All’epoca del diploma questo interesse è diventato un’ossessione e malgrado la sua dissertazione su “L’Analisi degli Spuntini e Fenomeni Connessi” susciti interesse in facoltà, i suoi compagni di corso lo considerano un eccentrico.
1736: Si iscrive all’università di Cambridge su insistenza dei genitori, per intraprendere gli studi di retorica e metafisica, ma mostra scarso entusiasmo per entrambe. In costante rivolta contro tutto ciò che sa di accademico, viene denunciato per furto di panini e per aver eseguito con essi esperimenti innaturali. Le accuse di eresia gli costano l’espulsione.
1738: Ripudiato, si trasferisce nei paesi scandinavi, dove trascorre tre anni svolgendo intense ricerche sul formaggio. È assai affascinato dalle molte varietà di sardine che incontra e scrive nel suo diario: “Sono convinto che esista una realtà duratura, al di là di qualunque traguardo già raggiunto dall’uomo, nella giustapposizione delle cibarie. Semplificare, semplificare.” Al suo ritorno in Inghilterra, incontra Nell Smallbore, la figlia di un ortolano, e i due si sposano. Ella gli insegnerà tutto quello che lui riuscirà mai a sapere sulla lattuga.
1741: Vivendo in campagna con una piccola rendita, egli lavora giorno e notte, spesso razionando i pasti per risparmiare soldi per il cibo. La sua prima opera completa – una fetta di pane, una fetta di pane sopra quella e una fetta di tacchino sopra entrambe – fallisce miseramente. Amaramente deluso, ritorna nel suo studio e ricomincia daccapo.
1745: Dopo quattro anni di attività frenetica, si convince di essere alla soglia del successo. Esibisce di fronte ai suoi pari due fette di tacchino con una fetta di pane nel mezzo. La sua opera viene respinta da tutti tranne che da David Hume, il quale intuisce l’imminenza di qualcosa di grande e lo incoraggia. Rincuorato dall’amicizia del filosofo, ritorna al lavoro con rinnovato vigore.
1747: Impoverito, non può più permettersi di lavorare col roast beef o col tacchino e passa al prosciutto, che costa meno.
1750: In primavera espone e mostra il funzionamento di tre fette di prosciutto sovrapposte una sull’altra; l’evento suscita qualche interesse, per lo più nei circoli intellettuali, ma il grosso pubblico resta indifferente. Tre fette di pane una sull’altra aumentano la sua fama, e anche se non ha ancora uno stile maturo, viene mandato a chiamare da Voltaire.
1751: Viaggi in Francia, dove il drammaturgo-filosofo ha raggiunto risultati interessanti con pane e maionese. I due uomini diventano amici e iniziano una relazione epistolare che si interrompe bruscamente quando Voltaire rimane senza francobolli.
1758: Il suo crescente consenso tra gli opinionisti gli procura l’incarico dalla Regina di preparare “qualcosa di speciale” per un pranzo con l’ambasciatore spagnolo. Lavora giorno e notte, distruggendo centinaia di prove, ma finalmente – alle 4.17 del mattino del 27 aprile 1758 – crea un’opera che consiste in diverse strisce di prosciutto racchiuse sopra e sotto da due fette di pane di segale. In un impeto di ispirazione guarnisce l’opera con della senape. È un successo immediato, e gli viene commissionata la preparazione di tutti i pranzi del sabato per il resto dell’anno.
1760: Passa da un successo all’altro creando “sandwiches”, come vengono chiamati in suo onore, con roast beef, pollo, lingua e quasi tutti gli affettati. Non contento di ripetere formule già sperimentate, esplora nuove idee e inventa il sandwich multiplo, per il quale gli viene conferito l’Ordine della Giarrettiera.
1769: Vive in una tenuta di campagna e riceve la visita dei più grandi uomini del suo secolo; Haydn, Kant, Rousseau e Ben Franklin si fermano a casa sua, alcuni consumando le sue eccellenti creazioni al tavolo, altri ordinando per l’asporto.
1778: Malgrado stia fisicamente invecchiando è ancora alla ricerca di nuove formule e scrive nel suo diario: “Lavoro a lungo nelle notti fredde e adesso tosto di tutto per tenermi al caldo.” Sul finire dell’anno il suo sandwich aperto di prima qualità crea uno scandalo per la sua franchezza.
1783: Per celebrare il suo sessantacinquesimo compleanno inventa l’hamburger e si reca di persona presso le grandi capitali del mondo a preparare hamburger nelle sale da concerto di fronte a grandi folle entusiaste. In Germania, Goethe suggerisce di servirli su panini morbidi – un’idea che delizia il conte, il quale dell’autore del Faust dice: “Questo Goethe è in gamba.” L’apprezzamento delizia Goethe, anche se l’anno seguente i due rompono intellettualmente sul concetto di bistecca al sangue, media e ben cotta.
1790: Durante una retrospettiva delle sue opere a Londra, di ammala improvvisamente di dolori al petto e viene creduto prossimo alla morte, ma si riprende quanto basta per controllare la costruzione di un sandwich lungo e gigantesco da parte di un gruppo di seguaci di talento. La presentazione in anteprima in Italia causa una rivolta e il sandwich gigante resta incompreso da tutti ad eccezione di pochi critici.
1792: Sviluppa un ginocchio valgo che non cura per tempo e muore nel sonno. Viene sepolto nell’abbazia di Westminster e a migliaia piangono la sua dipartita. Al suo funerale, il grande poeta Hölderlin ne riassume le conquiste con patente deferenza: “Egli liberò l’umanità dalla schiavitù del pranzo caldo. Gli dobbiamo molto.”
(Woody Allen, Rivincite, nuova traduzione a cura di Daniele Luttazzi, originariamente tradotto in Italia col titolo “Saperla lunga”)
Se noi ombre vi siamo dispiaciuti,
immaginate come se veduti
ci aveste in sogno, e come una visione
di fantasia la nostra apparizione.
Se vana e insulsa è stata la vicenda,
gentile pubblico, faremo ammenda;
con la vostra benevola clemenza,
rimedieremo alla nostra insipienza.
E, parola di Puck, spirito onesto,
se per fortuna a noi càpiti questo,
che possiamo sfuggir, indegnamente,
alla lingua forcuta del serpente,
ammenda vi farem senza ritardo,
o tacciatemi pure da bugiardo.
A tutti buonanotte dico intanto,
finito è lo spettacolo e l’incanto.
Signori, addio, batteteci le mani,
e Robin v’assicura che domani
migliorerà della sua parte il canto.
(William Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, traduzione di Goffredo Raponi)
<<Due anni dopo l'inizio del nostro seminario, l'ultima sera che ho trascorso a Teheran, alcuni amici e studenti sono venuti a salutarmi e a darmi una mano con i bagagli. Dopo aver sottratto alla casa i suoi oggetti e i suoi colori, risucchiati da otto valigie grigie come geni vagabondi dalle loro lampade, io e le mie studentesse ci siamo messe in posa davanti alle pareti bianche e spoglie della sala da pranzo per scattare un paio di foto.
Le ho davanti a me, adesso. Nella prima si vedono sette donne su uno sfondo bianco. In conformità alle leggi del loro paese, indossano ampie vesti nere e veli, neri anch'essi, legati stretti intorno alla testa, che lasciano scoperti soltanto il volto e le mani. La seconda foto ritrae lo stesso gruppo di donne, nella stessa posizione, contro la stessa parete bianca. Stavolta, però, senza quei drappi scuri. Sprazzi di colore le distinguono l'una dall'altra. Ognuna è diversa per il colore e lo stile degli abiti, per il colore e la lunghezza dei capelli; nemmeno le due che portano ancora il velo si confondono più>>.
(Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, traduz. di Roberto Serrai, Ed. Gli Adelphi, Milano, 2004, pag.18)
Per il mio arrivo alla maggiore età, lascio questo bellissimo stralcio di Dickens.
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I • VENGO AL MONDO
Se io debba risultare l'eroe della mia vita, o se questo posto debba essere tenuto da un altro, lo mostreranno queste pagine. Per iniziare il racconto della mia vita con l'inizio stesso della mia esistenza, dirò che sono nato (così mi hanno detto e lo credo) un Venerdì, a mezzanotte in punto. Fu notato che cominciammo, l'orologio a suonare e io a vagire, nello stesso istante.
In considerazione del giorno e dell'ora della mia nascita, la balia e alcune sagge donne del vicinato che si erano vivamente interessate a me parecchi mesi prima che ci fosse una qualche possibilità che io ne fossi personalmente informato, dichiararono, primo, che ero destinato a una vita infelice; e, secondo, che avrei avuto il dono di vedere spiriti e fantasmi. Essendo queste due prerogative inevitabilmente proprie, a quanto esse credevano, di tutti gli sfortunati bamboli di ambo i sessi nati nelle tarde ore della notte di un venerdì.
Non ho bisogno di dir nulla sul primo punto perché niente, meglio della mia storia stessa, può dimostrare se la predizione si sia rivelata esatta o no alla prova dei fatti. Circa il secondo punto della questione devo solo notare che, a meno che non abbia fatto prova di questa mia facoltà durante la mia prima infanzia, non la ho ancora sperimentata. Ma non sono affatto dispiaciuto di non averlo potuto fare; e, se qualcun altro godesse attualmente di questo potere, gli auguro di cuore di poterlo mantenere.
Nacqui avvolto nell'amnio, che fu messo in vendita, con un annuncio sul giornale, all'esiguo prezzo di quindici ghinee. Ignoro se gli uomini di mare fossero a corto di denaro in quel tempo o se piuttosto quel che loro mancava fosse la fede e tutta la loro fiducia andasse al salvagente; tutto quel che so è che ci fu una sola offerta e da parte di un procuratore che negoziava in sconti di cambiali, il quale offrì due sterline in contanti e il resto in sherry, ma non accettò di essere garantito, per un prezzo più alto, dal pericolo, di annegare. Così l'avviso fu ritirato in pura perdita - perché, quanto allo sherry, era allora in vendita quello della mia povera cara mamma - e dieci anni dopo l'amnio fu messo in lotteria al nostro paese fra cinquanta persone che vi parteciparono con mezza corona a testa, e il vincitore doveva pagare altri cinque scellini. Io stesso ero presente, e mi ricordo di essermi sentito piuttosto confuso e imbarazzato vedendo disporre in quel modo di una parte di me stesso. L'amnio fu vinto, ricordo, da una vecchia signora con una sporta, che, con molta riluttanza, sborsò la somma richiesta di cinque scellini, tutti in mezzi pence, meno però due pence e mezzo: e ci volle un mucchio di tempo e un grande spreco di aritmetica per sforzarsi, senza alcun successo, di dimostrarglielo. È un fatto che sarà a lungo considerato come notevole, qui da noi che ella non affogò mai, ma morì trionfalmente ne suo letto a novantadue anni. Ho sentito dire che il suo maggior vanto fu, fino all'ultimo, quello di non essere mai stata sull'acqua in vita sua se non attraversando un ponte; e che, fino all'ultimo, nel sorbire il suo tè (al quale era estremamente affezionata) espresse il suo sdegno per l'empietà dei marinai e altri che avevano la presunzione di «vagabondare» per il mondo. Era vano farle notare che alcune comodità, incluso forse il tè, derivavano da questa reprensibile abitudine. Ella ripeteva sempre, e con sempre maggior enfasi e con un'istintiva conoscenza della forza delle sue obiezioni: «Mai vagabondaggi!»
Per non vagabondare adesso a mia volta, tornerò alla mia nascita.
Nacqui a Blunderstone, nel Suffolk, o «da quelle parti», come dicono in Scozia. Ero figlio postumo. Gli occhi di mio padre si erano chiusi da sei mesi alla luce di questo mondo, quando vi si aprirono i miei. Trovo ancora in qualche modo strana l'idea che egli non mi vide mai; e ancor più strano mi appare il vago ricordo che mantengo delle mie prime infantili associazioni della sua immagine con la bianca lapide nel cimitero, e l'indefinibile compassione che sentivo per lui che giaceva là tutto solo nella notte scura, quando il nostro piccolo salotto era caldo e luminoso per il fuoco e le candele, e le porte della nostra casa erano - quasi con crudeltà, mi sembrava a volte - saldamente serrate per lui. Il personaggio principale della nostra famiglia era una zia di mio padre, e quindi una prozia per me, della quale dovrò parlare più ampliamente in seguito. Miss Trotwood, o miss Betsey, come la chiamava sempre la mia povera mamma quando vinceva la paura per questo formidabile personaggio fino a riuscire a nominarlo (il che le accadeva di rado), era stata sposata con un uomo più giovane di lei e assai bella, ma non nel senso del detto «è bello chi opera in bel modo». In realtà si sospettava fortemente che avesse spesso bastonato miss Betsey e che una volta avesse perfino, durante una disputa su questioni di denaro, fatto rapidi ma decisi preparativi per buttarla giù da una finestra del secondo piano. Questa evidente incompatibilità di carattere aveva indotto miss Betsey a dargli il benservito e a separarsene legalmente per reciproco consenso. Egli se ne andò in India con il suo capitale, e là, secondo una truce leggenda di famiglia, fu visto cavalcare un elefante in compagnia di un babbuino; anche se io penso che debba essere stato un bramino, o una Begum. A ogni modo nel giro di dieci anni giunse dall'India in patria l'annuncio della sua morte. Nessuno seppe se la zia fosse stata colpita dalla notizia, perché, subito dopo la separazione, lei aveva ripreso il suo nome di ragazza, aveva comprato una villetta in un paese sul mare, piuttosto lontano, e si era stabilita là da sola, con una domestica, ben decisa a vivere da allora in poi appartata in un rigoroso ritiro.
Mio padre doveva essere stato un tempo il suo favorito, credo; ma lei era stata mortalmente offesa dal suo matrimonio per il fatto che mia madre era «una bambola di cera». Ella non aveva mai visto mia madre, ma sapeva che non aveva ancora vent'anni. Mio padre e miss Betsey non si incontrarono più. Egli aveva il doppio dell'età di mia madre quando si sposarono, ed era debole di costituzione. Morì un anno dopo: sei mesi prima, come ho già detto, che io nascessi.
Questo era lo stato delle cose nel pomeriggio di quel venerdì, mi si passi l'espressione, importante e denso di eventi. Non posso evidentemente affermare di aver capito a quel tempo come le cose veramente stessero, o di avere qualche ricordo, fondato sull'evidenza dei miei sensi, di quel che segue.
Mia madre era seduta vicino al fuoco, piuttosto giù di salute e ancor più di spirito, e guardava le fiamme attraverso le lacrime, assai impensierita circa il destino suo e di quel piccolo sconosciuto privo di padre a cui era già stato dato il benvenuto da alcune dozzine di profetici spilli, in un cassetto al piano di sopra, in un mondo che non si sarebbe affatto preoccupato del suo arrivo. Mia madre, dicevo, era seduta presso il fuoco, in quel chiaro e ventoso pomeriggio di marzo, timida e triste, molto dubbiosa di potere uscir viva dalla prova che le si presentava, quando, alzando gli occhi, nell'asciugarli, verso la finestra di fronte, vide una strana signora venir su per il giardino.
Mia madre ebbe un sicuro presentimento, alla seconda occhiata, che si trattasse di miss Betsey. Il sole al tramonto stava dardeggiando sulla strana signora e sulla cinta del giardino; ed ella arrivò alla porta con una fiera rigidità nella persona e una compostezza nell'aspetto che non avrebbero potuto essere di nessuno altro.
Quando raggiunse la casa diede un'altra prova della sua identità. Mio padre aveva spesso accennato al fatto che lei raramente si comportava come qualsiasi comune mortale; e ora, invece di suonare il campanello, si avvicinò e guardò per quella stessa finestra, premendo la punta del naso sul vetro a tal punto che la mia povera madre era solita dire di averla vista diventare in un attimo piatta e bianca.
Ella ne ebbe una tale scossa che sono sempre stato convinto di dovere alla signorina Betsey l'esser nato di venerdì.
Mia madre si era alzata dalla sedia, tutta agitata, e vi si era nascosta dietro, nell'angolo. La signorina Betsey, percorrendo con lo sguardo la stanza, tutt'in giro, lentamente e con aria inquisitoria, incominciò dalla parte opposta, movendo gli occhi come una testa di Saraceno in un orologio della Selva Nera, finché non raggiunsero mia madre. Allora le fece una faccia severa e un gesto, da donna abituata al comando, perché andasse ad aprirle la porta. Mia madre obbedì.
«La signora David Copperfield, suppongo,» disse la signorina Betsey; la solennità era dovuta forse agli abiti da lutto di mia madre e al suo stato.
«Sì,» rispose lei debolmente.
«Signorina Trotwood,» disse la visitatrice. «Penso che abbiate sentito parlare di lei.»
Mia madre rispose di avere avuto quel piacere. E fu spiacevolmente consapevole di non aver fatto apparire debitamente quanto quel piacere fosse stato sconvolgente.
«Adesso la vedete,» concluse la signorina Betsey. Mia madre chinò la testa e la pregò di entrare.
Andarono nel salotto da cui mia madre era uscita, dato che il fuoco non era acceso nella migliore sala da ricevimento dall'altra parte del corridoio: e non era mai stato acceso, per la verità, dal tempo dei funerali di mio padre. Quando si furono entrambe sedute, poiché la signorina Betsey rimaneva in silenzio, mia madre, dopo avere cercato invano di trattenersi, cominciò a piangere.
«Oh, suvvia!» disse la signorina Betsey in gran furia, «non si fa così! Andiamo, andiamo!»
Mia madre, tuttavia, non poteva trattenersi, e così pianse tutte le sue lacrime.
«Toglietevi la cuffia, figliuola,» proseguì la signorina Betsey, «e lasciatevi vedere.»
Mia madre aveva troppa paura di lei per non avere la compiacenza di obbedire a questa bizzarra richiesta anche se non ne avesse avuto l'intenzione. Così fece ciò che le era stato detto, e lo fece con mano così nervosa che i suoi capelli (belli e abbondanti) le caddero sul volto.
«Ma il cielo mi benedica!» esclamò la signorina Betsey, «sei proprio una bambina!»
Mia madre, senza dubbio, aveva un aspetto molto giovanile per la sua età; abbassò la testa come se fosse una sua colpa, poverina, e disse singhiozzando che davvero temeva di non essere che una bimbetta senza marito e che, se fosse sopravvissuta, non sarebbe stata che una bambina con un figlio. Durante la breve pausa che seguì ebbe l'illusione di sentire la signorina Betsey toccare i suoi capelli, e con mano non scortese; ma, guardandola timidamente speranzosa, scorse quella signora seduta con la gonna tirata su, le mani raccolte sopra un ginocchio, i piedi sulla base del camino, intenta a guardare il fuoco con fiero cipiglio.
«In nome del cielo,» disse la signorina Betsey improvvisamente, «perché La Cornacchia?»
«Intendete dire il nome della casa, signora?» domandò mia madre.
«Perché La Cornacchia?» insisté la signorina Betsey. «La Conocchia sarebbe stato molto più adatto, se almeno uno di voi due avesse avuto qualche idea pratica di vita.»
«Il nome fu scelto dal signor Copperfield,» rispose mia madre.
«Quando comprò la casa gli piaceva pensare che vi fossero intorno delle cornacchie.»
Il vento della sera fece un tal scompiglio, proprio in quel momento, fra certi alti olmi in fondo al giardino, che né mia madre né la signorina Betsey poterono trattenersi dal guardare da quella parte. Gli olmi ondeggiavano l'uno verso l'altro come giganti che si sussurrassero dei segreti; dopo pochi secondi di tregua, scossi da una violenta raffica, agitarono qua e là le loro rudi braccia quasi che le loro recenti confidenze fossero troppo maligne per la pace del loro spirito, e alcuni vecchi e laceri nidi di cornacchie sbattuti dalla tempesta, opprimendo con il loro peso i rami più alti, sussultarono come relitti in un mare in burrasca.
«Dove sono gli uccelli?» domandò miss Betsey.
«Gli... ?» Mia madre stava pensando ad altro.
«Le cornacchie... Che cosa ne è successo?» riprese la signorina Betsey.
«Non ci sono mai state da quando viviamo qui,» rispose mia madre.
«Noi pensavamo... il signor Copperfield pensava... che ci fosse una numerosa colonia di cornacchie; ma i nidi erano molto vecchi e gli uccelli li avevano abbandonati da lungo tempo.»
«Sempre lo stesso, David Copperfield!» esclamò la signorina Betsey. «David Copperfield dalla testa ai piedi! Chiamare una casa La Cornacchia quando non ve n'è una sola nei paraggi, e credere nell'esistenza degli uccelli perché ne vede i nidi!»
«Il signor Copperfield è morto,» ribatté mia madre, «e se voi osate parlar male di lui in mia presenza...»
La mia povera cara mamma, penso, ebbe una momentanea intenzione di attaccare bravamente mia zia, che avrebbe potuto senza sforzo metterla a posto con una mano sola anche se ella fosse stata preparata a un incontro di tal genere molto più di quanto lo fosse quella sera. Ma tutto si limitò per lei ad alzarsi dalla sedia per poi ricadervi languidamente svenuta.
Quando tornò in sé, o quando la signorina Betsey l'ebbe fatta riprendere, comunque fosse la cosa, scorse quest'ultima in piedi davanti alla finestra. Il crepuscolo stava divenendo oscurità; si vedevano appena e non avrebbero potuto farlo senza l'aiuto del fuoco.
«Dunque?» chiese la signorina Betsey tornando alla sua sedia come se avesse solo dato uno sguardo distratto al panorama, «a quando l'evento?»
«Io sono tutta un tremito,» balbettò mia madre. «Non so perché. Morirò, ne sono sicura.»
«No, no, no,» disse la signorina Betsey. «Prendi un po' di tè.»
«Oh, povera me, povera me, pensate che mi possa far bene?» singhiozzò disperata mia madre.
«Certo,» rispose la signorina Betsey. «Non sono altro che fantasie. Come si chiama la tua ragazza?»
«Non so ancora se sarà una, ragazza, signora,» disse mia madre candidamente.
«Dio benedica questo pargolo!» esclamò la signorina Betsey citando inconsapevolmente il secondo augurio del puntaspilli nel cassetto al piano di sopra, ma applicandolo a mia madre invece che a me. «Non intendevo questo. Intendevo la tua domestica.»
«Peggotty,» rispose mia madre.
«Peggotty!» ripeté quasi sdegnata la signorina Betsey. Intendi dire, figliuola, che un essere umano è entrato in una chiesa cristiana per essere chiamato con questo nome?»
«È il suo cognome,» rispose debolmente mia madre. «Il signor Copperfield la chiamava così perché il suo nome di battesimo era eguale al mio.»
«Qui, Peggotty!» gridò la signorina Betsey aprendo la porta del salotto. «Del tè. La vostra padrona è leggermente indisposta. Non gingillatevi!»
Dopo avere emesso potentemente quest'ordine come se fosse stata un'autorità riconosciuta fra quelle pareti fin da quando la casa era sorta, e dopo aver dato un'occhiata fuori per scrutare l'atterrita Peggotty che passava per il corridoio con una candela in mano al suono di quella insolita voce, la signorina Betsey richiuse la porta e tornò a sedersi come prima: con i piedi sulla base del camino, la gonna dell'abito tirata su e le mani puntate su un ginocchio.
«Stavi parlando del sesso del bambino,» riprese. «Sono sicura che sarà una bambina. Ho il presentimento che debba essere una bambina. Ora, figliuola, fin dal momento della nascita di questa bambina...»
«O forse bambino,» si prese la libertà di interrompere mia madre.
«Ti dico che ho il presentimento che debba essere una bambina,» proseguì la signorina Betsey. «Non contraddirmi. Fin dal momento della nascita di questa bambina, figliuola, intendo essere una sua amica. Intendo essere la sua madrina e ti prego di chiamarla Betsey Trotwood Copperfield. Non devono esserci equivoci nella vita di questa Betsey Trotwood. Non bisogna prendere alla leggera i suoi affetti, povera cara. Deve essere bene allevata e bisogna stare molto attenti perché non riponga sciocche confidenze in chi non le merita. E questo sarà mia cura.»
Ognuna di queste affermazioni fu sottolineata da un secco cenno di testa da parte della signorina Betsey, come se i suoi vecchi errori personali stessero agitandosi entro di lei; ed ella represse ogni più chiaro riferimento ad essi con forza straordinaria. Così almeno sospettò mia madre guardandola al tenue riflesso del fuoco; ma era troppo spaventata da lei, troppo poco in sé e troppo sottomessa e sconvolta per avere una chiara visione delle cose o saper cosa dire.
«E David era buono con te, figliuola?» domandò la signorina Betsey dopo essere stata per un po' in silenzio e aver fatto cessare quei bruschi movimenti della testa. «Stavate bene insieme?»
«Eravamo molto felici,» rispose mia madre. «Il signor Copperfield fu anche troppo buono con me.»
«E così ti ha viziata, immagino,» ribatté la signorina Betsey. «Per essere lasciata del tutto sola e affidata alle mie forze in questo mondo crudele, temo proprio che lo abbia fatto,» singhiozzò mia madre.
«Su, niente lacrime!» ordinò la signorina Betsey. «Ho fatto questa domanda perché non hai avuto le mie esperienze... se mai due persone possono avere le stesse esperienze. Eri un'orfana, non è vero?»
«Sì.»
«E un'istitutrice?»
«Ero istitutrice in una famiglia dove il signor Copperfield venne a far visita. Il signor Copperfield fu molto gentile con me, si interessò di me con gran cura, mi rivolse molte attenzioni e infine mi propose di sposarlo. Io accettai. E così ci sposammo,» rispose mia madre con semplicità.
«Oh! Povera bambina!» esclamò assorta la signorina Betsey con lo sguardo fisso sul fuoco. «Sai fare qualche cosa?»
«Scusate, signora, non capisco,» balbettò mia madre.
«Per esempio del governo della casa.»
«Non molto, temo» rispose mia madre. «Non quanto, almeno, avrei desiderato. Ma il signor Copperfield mi stava istruendo...»
«Ne sapeva molto lui stesso!» notò la signorina Betsey fra parentesi.
«... e io credo che sarei migliorata, dati il mio desiderio di imparare e la sua pazienza nell'insegnarmi, se la terribile sciagura della sua morte...» mia madre riprese qui a piangere e non poté continuare.
«Bene, bene,» disse la signorina Betsey.
«Tenevo il libro di casa regolarmente e lo controllavo col signor Copperfield ogni sera,» singhiozzò mia madre in uno scoppio di lacrime e ricadendo poi nel suo dolore.
«Bene, bene,» ripeté la signorina Betsey. «Non piangere più.»
«E sono sicura che non ebbe mai nulla da ridire su questo, tranne quando il signor Copperfield mi fece notare che i miei tre e i miei cinque erano troppo somiglianti fra loro, e i miei sette e i miei nove troppo riccioluti e svolazzanti,» riprese mia madre in un altro accesso di lacrime, per poi cadere di nuovo affranta.
«Finirai con lo star male,» disse la signorina Betsey, «e sai che non sarebbe una buona cosa né per te né per la mia figlioccia. Su, su, non fare così.»
Questo argomento ebbe il suo peso per tranquillizzare mia madre sebbene il suo malessere sempre più intenso ne avesse molto di più. Ci fu un intervallo di silenzio, rotto solo per caso da un «Ah!» lanciato dalla signorina Betsey mentre tornava a sedersi posando i piedi sulla base del camino.
«David si era assicurato una rendita per sé, con il suo patrimonio, ne sono certa,» disse lei poco dopo. «E per te che cosa è stato fatto?»
«Il signor Copperfield,» rispose mia madre con qualche difficoltà, «fu così previdente e buono da assicurarmi il diritto di successione su una parte di essa.»
«Quanto?»
«Centocinque sterline l'anno.»
«Avrebbe potuto fare di peggio,» concluse mia zia.
La parola si adattava al momento. Mia madre stava così male che Peggotty, entrando con il tè e le candele e comprendendo con un'occhiata il suo stato - come la signorina Betsey avrebbe potuto capire assai prima se ci fosse stata luce abbastanza - la condusse in tutta fretta al piano di sopra, nella sua stanza. E immediatamente spedì Ham Peggotty, suo nipote, che era stato per alcuni giorni tenuto in casa, di nascosto a mia madre, con il ruolo di speciale messaggero in caso di emergenza, a chiamare la levatrice e il dottore.
Questi poteri alleati rimasero notevolmente meravigliati, quando arrivarono a pochi minuti di distanza l'uno dal l'altro, nel trovare una sconosciuta di aspetto imponente seduta davanti al fuoco, con il cappellino allacciato al braccio sinistro, intenta a tapparsi le orecchie con della bambagia.
Dato che Peggotty non ne sapeva niente, e mia madre niente ne diceva, ella rimase nel salotto come un vero e proprio mistero. E il fatto che avesse una provvista di bambagia nelle tasche e che si mettesse quel materiale nelle orecchie in quel modo, non toglieva nulla alla solennità della sua presenza.
Il dottore andò di sopra e ridiscese poco dopo. Quindi, essendosi convinto, a quanto penso, che, con molta probabilità, quella signora sconosciuta e lui avrebbero dovuto star seduti lì, a faccia a faccia, per alcune ore, si dispose a essere amabile e gentile. Era il più mite e benigno ometto della terra. Si muoveva un po' di fianco, fuori e dentro la stanza, per occupare minor spazio, silenzioso come lo Spettro nell'Amleto e assai più lentamente. Teneva la testa leggermente inclinata da un lato, in parte per minimizzare modestamente la propria persona e in parte per propiziarsi non meno modestamente gli altri. Dire che non avrebbe rivolto una parola brusca a un cane è dir poco: non lo avrebbe fatto nemmeno con un cane arrabbiato. Avrebbe potuto solo offrirgliene una gentilmente, o mezza, o solo un frammento di parola: perché parlava lentamente come camminava. Ma non avrebbe potuto essere rude con lui né sbarazzarsene in fretta per nessuna ragione al mondo.
Il signor Chillip, guardando timidamente mia zia con la sua testa inclinata e facendole un piccolo inchino, disse, alludendo al cotone e toccandosi l'orecchio sinistro:
«Qualche irritazione locale, signora?»
«Cosa?» chiese mia zia togliendosi, come un tappo, la bambagia da un orecchio.
Il signor Chillip fu così colpito da quella rudezza - come disse in seguito a mia madre - che per poco non perse tutta la sua presenza di spirito. Ma ripeté dolcemente:
«Qualche irritazione locale, signora?»
«Che sciocchezza!» ribatté mia zia ritappandosi di colpo l'orecchio.
Dopo di che il signor Chillip non poté fare altro che sedersi e guardarla timidamente mentre lei si sedeva a sua volta fissando il fuoco, finché non fu chiamato ancora di sopra. Dopo quasi un quarto d'ora di assenza tornò.
«Ebbene?» chiese mia zia, togliendosi il cotone dall'orecchio più vicino a lui.
«Ebbene, signora,» rispose il signor Chillip, «le cose... le cose procedono piuttosto lentamente.»
«Ba-a-ah!» esclamò la zia scuotendo la testa nel pronunciare quella interiezione piena di disprezzo. E si turò di nuovo l'orecchio.
In realtà - come il signor Chillip disse a mia madre - egli era piuttosto colpito: da un punto di vista strettamente professionale, era piuttosto colpito. Si sedette, tuttavia, e la guardò per quasi due ore mentre lei stava lì seduta a fissare il fuoco, finché non fu chiamato nuovamente di sopra.
Dopo un'altra assenza, tornò.
«Ebbene?» chiese la zia togliendosi il cotone ancora da quel lato.
«Ebbene, signora,» rispose il signor Chillip, «le cose... le cose procedono piuttosto lentamente.»
«Ia-a-ah!» esclamò mia zia rivolgendosi a lui con un tal ringhio che il signor Chillip non poté assolutamente tollerarlo. Era stato calcolato proprio per disorientarlo, come disse più tardi. Così preferì andare a sedersi sulle scale, al buio e in piena corrente, finché non fu chiamato di nuovo.
Ham Peggotty, che andava alla scuola pubblica e che era un vero drago in catechismo, tanto da potere essere ritenuto una fonte attendibile, raccontò, il giorno dopo, che, stando per fare capolino nel salotto un'ora dopo questi avvenimenti, fu immediatamente scorto dalla signorina Betsey, vagante su e giù in stato di grande eccitazione, e afferrato prima che potesse fuggire. Si udivano adesso ogni tanto, al piano di sopra, rumori di passi e voci che il cotone non riusciva a smorzare, così almeno lui arguì dal fatto che la sua cattura da parte della signora era dovuta alla necessità di sfogare su qualcuno la sua sovrabbondante eccitazione quando i suoni diventavano troppo forti. Infatti la signorina Betsey, andando su e giù e tenendolo costantemente per la collottola (come se avesse preso troppo laudano), in quei momenti lo scrollava, gli arruffava i capelli, gli spiegazzava la biancheria, gli tappava le orecchie come se le confondesse con le proprie, lo malmenava e maltrattava in ogni modo. Questo fu in parte confermato da sua zia, che lo vide a mezzanotte e mezza, subito dopo il suo rilascio, e che disse che era rosso come lo ero io allora.
Il mite signor Chillip non avrebbe potuto portare rancore in una simile circostanza, se pur mai lo poteva. Egli si insinuò nel salotto appena gli fu possibile e disse a mia zia nel modo più dolce:
«Bene, signora, sono felice di congratularmi con voi.»
«Per che cosa?» chiese aspra mia zia.
Il signor Chillip fu di nuovo sconcertato dall'estrema durezza di quei modi; così fece un piccolo inchino e le rivolse un piccolo sorriso per addolcirla.
«Dio lo benedica, che cosa sta facendo?» esclamò la zia con impazienza. «Non è capace di parlare?»
«State tranquilla, mia cara signora,» disse il signor Chillip con il suo accento più cortese. «Non vi è più alcun motivo di preoccupazione, signora. State calma.»
È sempre stato considerato quasi un miracolo che mia zia non lo avesse scrollato per tirargli fuori a forza quello che aveva da dire. Si limitò a scrollare la propria testa rivolta a lui, ma in un modo che lo fece tremare.
«Bene, signora,» riprese il signor Chillip appena ne ebbe il coraggio.
«Sono felice di congratularmi con voi. Tutto è finito, adesso, e finito bene.»
Durante i cinque minuti, o quasi, che il signor Chillip impiegò per spiccicare queste parole, mia zia lo guardò con attenzione.
«Come sta lei?» chiese incrociando le braccia con il cappellino ancora legato a una di esse.
«Bene, signora, starà presto bene, spero,» rispose il signor Chillip.
«Bene come può stare una giovane madre in queste tristi circostanze domestiche. Non ho nulla da obiettare sul fatto che ora la visitiate, signora. Può farle bene.»
«E lei? Come sta lei?» insisté la zia rudemente.
Il signor Chillip inclinò ancora un poco più la testa da una parte e guardò mia zia come un grazioso uccello.
«La bambina,» gridò mia zia. «Come sta la bambina?»
«Signora,» rispose il signor Chillip, «credevo lo sapeste. È un bambino.»
Mia zia non disse una parola, ma prese il cappellino per i nastri, come una fionda, diede con esso un colpo in testa al signor Chillip, se lo mise sul capo di traverso, uscì fuori e non si fece più vedere. Svanì come un fata arrabbiata, o come uno di quegli esseri soprannaturali che, secondo la voce popolare, io ero destinato a vedere; e non tornò più. No, io giaccio nella mia culla e mia madre nel suo letto; ma Betsey Trotwood Copperfield era per sempre nella terra dei sogni e delle ombre, la tremenda regione dalla quale io ero da poco venuto. E la luce della finestra della nostra stanza brillava sulla meta terrestre di tutti i viaggiatori di questo genere e sopra il tumulo che copriva le ceneri e la polvere di colui senza il quale non sarei mai esistito.
(Charles Dickens, David Copperfield)