A voi guerrieri che aggredite, subite o sfiorate la vita e vi sentite affaticati...Ristorate il vostro animo e recuperate le forze, la battaglia riprenderà ...
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Ben *loading* guerrieri si sono ristorati qui.
(Marcel Proust, Dalla parte di Swann)
Prima di tornare a scuola, volevo lasciarvi l'incipit immortale e bellissimo di questo bellissimo, immortale romanzo, che è una fortuna possedere.
“L’uomo ha sopra di sé la carne che è nel tempo stesso il suo peso e la sua tentazione. Se la porta dietro e cede a lei: deve sorvegliarla, contenerla, reprimerla, e obbedirle soltanto nella estrema necessità. In questa obbedienza può ancora esservi della colpa, ma la colpa in questo caso è veniale. È una caduta, ma una caduta sulle ginocchia, che può terminare in preghiera. Essere un santo è una eccezione, essere un giusto è la regola. Sbagliate, mancate, peccate, ma siate giusti. La minor quantità possibile di peccato è la legge dell’uomo. La mancanza assoluta del peccato è il sogno dell’angelo. Tutto quello che è terrestre è sottomesso al peccato: il peccato è una gravitazione.”
(Victor Hugo, I miserabili)
Non so voi, ma a me questo è parso il miglior augurio, consiglio e proposta per l'anno nuovo che mi venisse in mente.
Buon proseguimento delle vacanze a tutti!

"Harry Potter, ma tu lo sai che cosa ci si fa con il sangue di unicorno?"
"No" rispose Harry, stupito da quella strana domanda. "Noi abbiamo usato soltanto il corno e i peli della coda, a lezione di Pozioni."
"Questo perché uccidere un unicorno è una cosa mostruosa" ribatté Fiorenzo. "Soltanto uno che non ha niente da perdere e tutto da guadagnare commetterebbe un delitto del genere. Il sangue dell'unicorno ti mantiene in vita anche se sei a un passo dalla morte; ma il costo da pagare è tremendo. Poiché hai ucciso una cosa pura e indifesa per salvarti, dall'istante che il sangue tocca le tue labbra non vivrai che una mezza vita, una vita dannata".
(J. K. Rowling, Harry Potter e la Pietra Filosofale, traduzione di Marina Astrologo, Salani Editore)
Renato Zero
Qualcuno mi renda l'anima
Qualcuno, con un sorriso addosso,
mi dice: "Giochiamo insieme, dai!
Ti compro un aquilone rosso, se lo vuoi!"
Avevo appena aperto gli occhi,
ma il buio mi raggiungeva già...
Due mani rubavano al mio corpo... l’innocenza!
Ma... perché è toccato a me, fra tanta gente?
Ma... che cosa c’entro io, con quella gente?
Qualcuno mi renda l’anima!
Madre, quei segni sul mio corpo,
certo, non li hai capiti mai!
In quel gioco losco, vinsi un aquilone...
e persi l’anima!
Persi l’anima!
Persi l’anima!
Persi l’anima!
Qualcuno mi renda l’anima!
Ma... perché è toccato a me, fra tanta gente… Io!
Ma... che cosa centro io, con quella gente… Dio!
Qualcuno mi renda l’anima!
Cresciuti, con un sorriso addosso,
bambini, ormai non siamo più...
Vi diamo un aquilone rosso…
per un anima!
Per un anima!
Per un anima!
Per un anima!
Qualcuno ci renda l’anima!
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L'episodio delle maestre di scuola elementare mi ha fatto pensare alle violenze sempre più frequenti, e fisiche e psicologiche, perpetrate a danno dei bambini. Per questo ho voluto postare questa canzone poco conosciuta di Renato Zero, che tratta appunto della pedofilia: chissà che non serva come spunto di riflessione...
A Taliarco
Vedi come, per l'alta neve candido,
s'erge il Soratte! Già le selve cedono,
al peso affaticate, e i fiumi
ristanno stretti per il gelo acuto.
Sciogli il freddo, altri legni al focolare
aggiungendo abbondanti, e mesci prodigo,
Taliarco, vino di quattr'anni
dall'anfora sabina bi-orecchiuta.
Lascia il resto agli Dei, che, appena i venti
in lotta sul ribollente mare,
hanno placato, ecco i cipressi
non s'agitano più, non i vecchi orni.
Cosa domani t'accadrà, non chiedere.
Qualsiasi giorno ti darà la sorte,
metti a guadagno; o i dolci amori
non disprezzare, giovane, e le danze,
finché dall'età verde sia lontana
la canizie bisbetica. Ora il campo
e le piazze e i tenui a sera sussurri,
torna a cercare all'ora convenuta,
e il delizioso riso che tradisce
la ragazza nascosta nel canto
più oscuro, e il pegno che le strappi
ai polsi, e al dito che resiste appena.
(Orazio, Odi, I, 9)
Meneceo,
Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c'è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per averla.
Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice. Prima di tutto considera l'essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità. Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha. Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.
Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false. A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo. Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L'esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, togliendo l'ingannevole desiderio dell'immortalità.
Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c'è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l'affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c'è, quando c'è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c'è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.
Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce. Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c'è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è l'arte del ben vivere e del ben morire. Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mai nato, ma, nato, al più presto varcare la porta dell' Ade.
Se è così convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta se è veramente il suo desiderio. Invece se lo dice così per dire fa meglio a cambiare argomento. Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo così possiamo non aspettarci che assolutamente s'avveri, né allo stesso modo disperare del contrario. Così pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita.
Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell'animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall'ansia. Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell'animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno.
Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore. E' bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo. Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire.
Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene. Consideriamo inoltre una gran cosa l'indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l'abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l'inutile è difficile.
I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l'acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca. Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d'apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un'esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quanto aiuta il corpo a non soffrire e l'animo a essere sereno.
Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l'animo causa di immensa sofferenza. Di tutto questo, principio e bene supremo è la saggezza , perciò questa è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia saggia, bella e giusta, né vita saggia, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili.
Chi suscita più ammirazione di colui che ha un'opinione corretta e reverente riguardo agli dei, nessun timore della morte, chiara coscienza del senso della natura, che tutti i beni che realmente servono sono facilmente procacciabili, che i mali se affliggono duramente affliggono per poco, altrimenti se lo fanno a lungo vuol dire che si possono sopportare ? Questo genere d'uomo sa anche che è vana opinione credere il fato padrone di tutto, come fanno alcuni, perché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero, per questo può meritarsi biasimo o lode.
Piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio allora credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell'atroce, inflessibile necessità. La fortuna per il saggio non è una divinità come per la massa - la divinità non fa nulla a caso - e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l'avvio a grandi beni o mali.
Però è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato. Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell'ansia. Vivrai invece come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l'uomo che vive fra beni immortali.