A voi guerrieri che aggredite, subite o sfiorate la vita e vi sentite affaticati...Ristorate il vostro animo e recuperate le forze, la battaglia riprenderà ...
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Ben *loading* guerrieri si sono ristorati qui.
Lucio Battisti
A portata di mano
da "L'apparenza", 1988, traccia n°. 1, testo di Pasquale Panella
Dicendo "Abbiamo tempo"
ci giri intorno
stemperi e riempi
come dire, centotré vasetti
di liquido con colore diluito
che certamente
è meno previdente
di una conservazione che alimenti
tutti i tuoi seguenti
spunti di appetito
sono fluidi a vedersi
c'è un piacere
anche perché qualcosa si nota che manca
e se ci fosse è come non avesse nome
abbiamo tutto il tempo
e poi il discorso prende una piega architettonica
nell'aria con le mani
si collega ai pianti rampicanti
all'euforia da giardino
ai pensili eccitanti
all'ornamentale destino
e tutto il tempo è vicino
a portata di mano
sul tavolino sul ripiano
su quanto ti è più caro
ma se cominciassimo
che ne dici
se entrassimo nel vivo
oltre la porta orale
saliamo a perpendicolo la scala
che nel buio si avvita
l'umido della parete nella mano
si asciuga sempre più
parete che d'acciughe sale su
nella rete in miniatura
saliamo dei gradini con le punte
eppure sconoscendo se calziamo un'epoca
una storia o una leggenda
in cui calati risalendo siamo
e l'anta si spalanca
dicendo "Abbiamo tempo"
tu intendevi dire il contrario
vedevi necessario che quanto vai inventando oggi
non te lo ritrovassi sempre vivido
tra i piedi tale e quale
esatto nel reale
con i particolari talmente precisi
un domani da non credere
che i fatti siano intrisi
di te così profondamente
così com'è com'è vero avvengano
in assenza di qualsiasi sostanza
volevi invece dire
"Prendi il tempo con me"
un po' interrogativa
mentre la mano offriva
"Abbiamo tutto il tempo
aroma di caffé."
Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono mani e piedi
e io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno
durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del fresco nell'afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non era legata
alla città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me
durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
e del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia.
(N. Hikmet, Poesie d'amore 1933/63, Mondadori, Milano, 1984, pag.94)
AUGURI
DI BUON COMPLEANNO
AL
MIO PICCOLO PRINCIPE.



Passammo poi nella scuola di lingue, dove tre accademici stavano a consulto sul mezzo di migliorar la lingua del paese.
Dapprima venne proposto di abbreviare il discorso riducendo i polisillabi a monosillabi ed eliminando i verbi e i participi: perchè, a veder le cose come stanno, tutte le cose immaginabili non sono che nomi.
Venne seconda la proposta di abolir del tutto ogni parola, e fu caldamente appoggiata come infinitamente vantaggiosa alla salute non meno che alla concisione.
E' chiaro, infatti, che ogni parola pronunziata ci logora in qualche modo i polmoni e, di conseguenza, contribuisce ad abbreviarci la vita. Fu dunque suggerito che, dato che ogni parola è semplicemente il nome di una cosa, sarebbe più conveniente a chiunque portarsi addosso tutte le cose necessarie a esprimere i particolari affari di cui vuol parlare. Tale ritrovato sarebbe stato accolto senz'altro con gran vantaggio della comodità e della pubblica salute, se le donne, d' accordo con il volgo e gli illetterati, non avessero minacciato una rivolta rivendicando la libertà di parlar con la lingua al modo dei loro padri: il volgo è sempre stato nemico irriducibile della scienza. Tuttavia parecchi fra i più dotti e i più saggi hanno aderito a questo nuovo modo di esprimersi attraverso le cose; unico suo inconveniente è che, se dobbiamo trattare affari complessi e di vario genere, siamo costretti a portarci sulla schiena una montagna di oggetti, a meno che non si possa disporre di due gagliardi servitori che ci aiutino. Ho spesso visto un paio di questi saggi quasi sommersi nel cumulo dei loro fagotti come i nostri merciai ambulanti; quando s' incontrano per via, metton giù il loro carico, aprono i sacchi e chiacchierano per un' ora; poi ripongono ogni cosa, si aiutano a vicenda a rimettersi in spalla il fardello e si salutano.
Ma per conversazioni brevi, si possono portare i vari oggetti in tasca o sottobraccio; e in casa propria, poi, nulla può mancare.Per questo le sale in cui si radunano coloro che praticano questo sistema son piene di cose messe lì sottomano e pronte a fornir materia a questa sorta di conversazione artificiale.
Altro gran vantaggio è che l'invenzione può servire come linguaggio universale, che può esser capito in tutte le nazioni civili le quali usano in genere suppellettili e utensili dello stesso genere o molto simili, così che facilmente si può capire il loro significato. In tal modo gli ambasciatori potrebbero trattare con principi o ministri stranieri senza conoscerne minimamente la lingua.
(Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver; nome del traduttore ignoto, il brano è stato preso da Internet, non disponendo io al momento della mia copia del romanzo, che ho di recente prestato)
[…] Tutti noi che abbiamo la fortuna di innamorarci prendiamo realmente coscienza della metamorfosi che si è prodotta quando usciamo da questa esperienza, ma tuttavia riusciamo a intuirla anche mentre la attraversiamo. Va detto però che ci vuole un po’ di coraggio, perché una promessa di completezza implica sempre anche il rischio di un fallimento. Può darsi che in quel particolare momento qualcosa ostacoli la mia metamorfosi e allora l’altro, dopo aver incarnato la “promessa vivente” della mia possibilità di divenire, può rappresentare la testimonianza vivente della mia impossibilità di trasformarmi. Questo è l’aspetto più inquietante, perché l’aver sentito anche per un attimo che potevamo essere diversi, l’esserci illusi che qualcosa poteva cambiare ci lascia un retaggio doloroso. E allora dobbiamo imparare a sopportare la privazione. Io penso che l’accettazione della mancanza sia un altro tratto strutturale della nostra esistenza. Tutta la nostra vita è una lotta per afferrare quel qualcosa che ci sfugge, e per poter lottare dobbiamo imparare a sentire sulle nostre spalle il peso dell’assenza dell’altro. Io credo che nessuna terapia, nessuna esperienza consenta di eliminare questo senso di vuoto che l’amore, illudendoci, ci promette di riempire. Quando crediamo che questo vuoto sia stato abolito, è probabile che stiamo ingannando noi stessi. Infatti, per quanto l’altro possa corrispondere al nostro desiderio inconscio, il bisogno di totalità è talmente smisurato che nessuna esperienza lo potrà colmare. Il destino strutturale della nostra vita è imparare a sopportare la privazione e anche la delusione della persona che ci è accanto: quale che essa sia, qualunque cosa possa rappresentare o aver rappresentato per me, esprime comunque un’assenza. […]
(Aldo Carotenuto, Eros e pathos. Margini dell’amore e della sofferenza, Tascabili Bompiani, Milano, 2008, pp. 39-40.)