A voi guerrieri che aggredite, subite o sfiorate la vita e vi sentite affaticati...Ristorate il vostro animo e recuperate le forze, la battaglia riprenderà ...
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Ben *loading* guerrieri si sono ristorati qui.
<<Il lunedì seguente Serena non viene a scuola. Le ragazze dicono che non tornerà più perché sua madre è stata arrestata: Per droga eccetera, e ora Serena dovrà andare ad abitare con la nonna in Georgia dove, dicono, ai neri li trattano da negri. Secondo loro non ci resisterà un minuto. A forza di rispondere ai bianchi si ficcherà subito nei guai. E questo perché non ha peli sulla lingua, professore.
Senza Serena la classe si trasformò, divenne un corpo senza testa. Maria alzò la mano e mi chiese perché parlavo in quel modo strano. Ero sposato? Avevo figli? Che preferivo, Amleto o Una scommessa in fumo? Perché ero diventato professore?
Stavano costruendo dei ponti che potevamo attraversare avanti e indietro; io rispondevo alle loro domande e non me ne fregava più niente se raccontavo troppe cose di me stesso. Con quanti preti mi ero già confessato all’età loro? L’importante era che quelle ragazzine adesso stavano attente.
Un mese dopo la partenza di Serena ci furono due bei momenti. Claudia alzò la mano e disse: Professore, sei proprio simpatico. La classe annuì – infatti, infatti – e i due ragazzi portoricani in fondo all’aula sorrisero. Poi alzò la mano Maria. Professore, m’è arrivata una lettera di Serena. Dice che è la prima lettera che scrive in vita sua e se non glielo diceva sua nonna manco la scriveva. Lei sua nonna non l’aveva mai vista però gli vuole bene lo stesso perché non sa né leggere né scrivere e Serena gli legge
Dentro di me scoppiano i fuochi d’artificio, cento volte Capodanno e cento volte il Quattro luglio.>>
(F. McCourt, Ehi, prof!, Ed.Adelphi, Milano, 2008, pp.180-181)
SANDRO PENNA
Io vivere vorrei addormentato
Io vivere vorrei addormentato
entro il dolce rumore della vita.
(Sandro Penna, Poesie)
Sto per partire... statemi tutti bene!
Se le valutazioni teoriche (vero e falso) sono puramente convenzionali, le valutazioni morali (bene e male) sono puramente soggettive, cioè relative all'individuo singolo e alle situazioni in cui l'individuo viene a trovarsi. Non c'è nulla che sia assolutamente buono o cattivo e non c'è una norma che valga a distinguere assolutamente il bene dal male; giacché queste determinazioni non sono inerenti alla natura delle cose, ma dipendono dagli individui, dove non esiste lo Stato; o, dove c'è lo Stato, dalla persona che lo rappresenta o da un arbitro o giudice che gli individui in disaccordo tra loro scelgono affinché la sua sentenza serva loro di legge. In generale, si chiama bene ciò che si desidera, male ciò che si odia; e poiché il raggiungimento di ciò che si desidera procura piacere, e il piacere aumenta e rafforza il movimento della vita, così le cose che danno piacere si chiamano pure giovevoli e belle. Quando nella mente dell'uomo si alternano desideri diversi ed opposti, speranze e timori, e si presentano le conseguenze buone e cattive di un'azione possibile, si ha quello stato che si chiama di deliberazione.
Esso termina nell'atto della volontà che decide di agire o non agire. La volontà conclude temporaneamente i dubbi, le oscillazioni, le incertezze dell'uomo; ma questi rinascono subito, giacché l'uomo non può raggiungere uno stato definitivo dì tranquillità e di quiete. Perciò non si può parlare di un sommo bene e di un fine ultimo nella presente vita dell'uomo. Un fine ultimo sarebbe tale che, dopo di esso, nient'altro dovrebbe essere desiderato.
Ma poiché, il desiderio si accompagna necessariamente alla sensibilità, l'uomo che avesse raggiunto il fine ultimo non solo non desidererebbe più nulla, ma neppure sentirebbe e quindi non vivrebbe affatto. «La vita, dice Hobbes (L’uomo,11), è un movimento incessante che, quando non può continuare in linea retta si trasforma in moto circolare».
Nella vita umana così intesa, non c'è posto per la libertà. Hobbes definisce la libertà come «l'assenza di tutti gli impedimenti all'azione che non sono contenuti nella natura e nell'intrinseca qualità dell'agente». Questa definizione riduce la libertà alla libertà d’azione, che c'è quando la volontà non è impedita nelle sue manifestazioni esteriori, ma nega la libertà del volere. Quando un uomo ha appetito o volontà di qualche cosa dicui nell'istante anteriore non aveva né appetito né volontà, la causa della sua volontà non è la volontà stessa, ma qualcosa di diverso, che non dipende da lui.
La stessa volontà è dunque causata necessariamente da altre cose: in quanto hanno cause necessarie, le azioni umane sono necessitate. Hobbes, che ha chiarito e difeso il suo determinismo nella polemica col vescovo Bramhall, insiste sul fatto che la volontà è intrinsecamente necessitata dalle cause e dai motivi che le sono inerenti, motivi che in ultima analisi sono dovuti alla totalità della natura, giacché tutti gli atti dello spirito umano (compresa la deliberazione e la volontà) sono movimenti connessi degli oggetti esterni. “Difficilmente v’è qualche azione che, per quanto sembri casuale, non sia prodotto da tutto ciò che esiste in natura”.
(Hobbes)
Chi sei?
Tu che giudichi te stessa.
Sì, testa a partito
non muovi un dito,
e gridi dentro repressa,
di una felicità concessa,
alla consuetudine della vita.
Ridi con felicità al tuo dolore,
ad ogni rintocco di ora,
al bell'aspetto finché dura
e alla paura di una pianta in autunno
che di ripresa più non parla
e giace incolta in una smorfia di dolore.
Chi sei tu?
Esterno brio, che soffochi e nascondi
all'ombra del solo pensiero,
quel che vorresti fosse vero.
(Mimmo Garriba, In silenzio. Pensieri, Ed. Giuseppe Laterza, Bari, 1998)
(Entra Amleto:)